Iraq, Hamdi (Social Forum): “Il Governo ci ascolti o torneremo in strada”

ROMA – “Boicottare il voto è stato un altro modo per prolungare la mobilitazione ed esprimere in modo pacifico il dissenso, oltre che per attirare l’attenzione della comunità internazionale. La società civile irachena è in attesa, vediamo cosa farà questo governo e se sarà necessario tornare a scendere in strada”. A parlare è Batool Kreem Hamdi, co-segretaria dell’Iraqi Social Forum, un’organizzazione che riunisce diverse anime della società civile dell’Iraq, fondata nel 2011.

L’intervista con l’agenzia Dire si tiene a cinque giorni dalle elezioni legislative che si sono svolte domenica, che stando ai dati comunicati dalla commissione elettorale hanno fatto registrare una delle più basse affluenze di sempre: solo il 41 per cento dei circa 21 milioni di persone registrate per votare ha deposto la sua preferenza nell’urna. I risultati provvisori hanno indicato la riconferma della maggioranza in Parlamento per il blocco guidato dal religioso sciita Muqtada al-Sadr, che a oggi occuperebbe 73 dei 329 scranni dell’assemblea. Il movimento che disponeva del secondo maggior numero di deputati, l’alleanza Fatah, sempre espressione della comunità sciita, sarebbe invece calata da 48 a 14 seggi. L’organizzazione non ha riconosciuto il voto e ha già annunciato battaglia. Si prevede quindi uno scontro intestino alle due anime sciite e filo-iraniane della politica irachena, per quanto tradizionali rivali.

Calcoli e previsioni che non centrano la questione, secondo Hamdi, 22 anni, nativa di Baghdad. Le elezioni della scorsa settimana sono infatti figlie della mobilitazione popolare iniziata nel 2019, tra le cui istanze principali si annoverava la lotta alla corruzione, al settarismo religioso e alla violenza delle forze dell’ordine e degli apparati di sicurezza. Proprio coloro che hanno animato questa ondata di protesta, per lo più giovani con meno di 30 anni, pari a più di metà della popolazione, hanno scelto di disertare i seggi. “La piazza ha fatto richieste chiare, come la modifica della Costituzione e la fine della circolazione delle armi tra i gruppi legati ai partiti”, ribadisce Hamdi. “Buona parte di queste istanze non sono state ascoltate, da qui la decisione di boicottare il voto e continuare a esprimere il proprio dissenso”.

Secondo l’attivista, le elezioni per il rinnovo del Parlamento, che avrà il compito di nominare il presidente e di confermare il primo ministro, sono percepite come “una farsa. I partiti politici tradizionali controllano il potere e non vogliono lasciarlo andare”, dice Hamdi, convinta che per mantenere lo status quo “non hanno modificato la legge elettorale e hanno fatto pressioni a molti candidati, ai quali non verrà permesso di accedere al Parlamento a prescindere dai voti ottenuti”.

Un sistema lontano dalla gente e fallito, come dimostrano le prime scaramucce tra i partiti. “La commissione elettorale ha ammesso di essersi accorta di non aver contato i voti di alcuni seggi ma ha annunciato lo stesso i risultati preliminari – riferisce l’attivista – Alcuni candidati si stanno appellando a questo e stanno invitando i loro sostenitori a reagire, anche in modo violento”.

Scenario complesso, condizionato anche dal ruolo del vicino Iran, il cui operato “è influente ma poco chiaro”, sottolinea Hamdi. La società civile dell’Iraq, in costante contatto con ong italiane come Un ponte per, anche nel quadro della Iraqi Civil Society Solidarity Initiative (Icssi), mantiene allora alta la guardia. “Non ci aspettiamo cambiamenti significativi ma rimarremo in attesa, vedremo cosa succederà e daremo a questo governo del tempo – conclude Hamdi – Non vogliamo però che queste persone rovinino il nostro Paese e se lo riterremo necessario torneremo a scendere in strada”.
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