Cominciato il corso Ue di giornalismo: focus sull’Europa (e su come sarà)

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Cominciato il corso Ue di giornalismo: focus sull’Europa (e su come sarà)

ROMA – È cominciato oggi il corso per giovani giornalisti, content creator e operatori dell’informazione che si tiene nella redazione dell’agenzia Dire a Bologna. Il tema della prima delle tre giornate di lavori è “L’Europa: com’è nata, come funziona, come sarà”.

Ad aprire i lavori – segnati da partecipazioni, testimonianze e contributi di eurodeputati, rappresentanti e voci del Parlamento Ue in Italia – sono stati il direttore Carlo Corazza e Lucia Pecorario, community manager e responsabile della rete Together.eu in Italia.

A seguire, lezioni e dialoghi curati da Filippo Andreatta, professore di Scienza politica presso l’Università di Bologna, e da Giulia Rossolillo, ordinaria di Diritto dell’Unione Europea all’Università di Pavia, nonché presidente del Centro studi sull’Ue dello stesso ateneo. Testimonianze e riflessioni anche dal primo dei sei eurodeputati che parteciperanno all’iniziativa: si comincia con Gaetano Pedullà, del Movimento 5 Stelle, gruppo The Left.

CORAZZA (EUROPARLAMENTO): UNIONE SOTTO ATTACCO GUERRA IBRIDA

 “Sicuramente l’Ue ha fatto degli errori. Ma un conto è ammettere gli errori, molto diverso è affermare che l’Ue non serve. E all’Ue non c’è un piano B”.

Lo sottolinea Carlo Corazza, direttore del Parlamento europeo in Italia, aprendo la prima giornata del Corso del Parlamento europeo per giovani giornalisti. L’iniziativa è in corso nella redazione bolognese dell’agenzia di stampa Dire fino a sabato 13 dicembre ed è organizzata in collaborazione con il service Total Eu.

Si parte dalle affermazioni del proprietario di X Elon Musk, multato dalla giustizia europea per evasione fiscale per milioni di euro, e per questo pronto ad auspicare la fine dell’Unione, che ha paragonato “al quarto Reich” Un episodio recente, che tuttavia, secondo Corazza, conferma che alla guerra militare che la Russia conduce in Ucraina, l’Europa sta affrontando anche una guerra ibrida e una guerra cognitiva.

“Da un lato”, spiega Corazza, “c’è un fronte di autocrazie tra cui Russia, Cina, Iran, Venezuela, Corea del Nord e Cuba, che stanno agendo contro le democrazie liberali” attraverso “migliaia di attacchi cyber, atti di sabotaggio, finanziamenti occulti ai media e ai politici, fabbriche di bot, col fine di polarizzare le opinioni pubbliche diffondendo fake news”. Quanto alla guerra cognitiva, che è parte della guerra ibrida, secondo Corazza, “si tratta di alterare i processi elettorali come successo con la Brexit o l’elezione di Donald Trump o nelle elezioni in Moldova”.

Per il direttore del Parlamento europeo in Italia, “oggi il principale bersaglio è l’unità europea, ultimo baluardo dei Paesi al fatto di diventare satelliti di Stati Uniti, Russia e Cina, o restare democrazie liberali”.Fondamentale dunque per i giornalisti “sviluppare anticorpi nonché conoscere le direttive europee che cercano di porre un argine”.

Tra queste Corazza menziona la direttiva, “che vieta di usare i dati di marketing per la profilazione elettorale”, la direttiva sul copyright, “per evitare che le piattaforme usino il lavoro dei cittadini per realizzare profitto”, il Digital service Act, “secondo cui le piattaforme devono assumersi la responsabilità di diffondere contenuti leciti e corretti e quindi vieta le fake news”, e poi l’Ai act e il Media freedom act, “che tutela il lavoro dei giornalisti vietando ad esempio il controllo dei loro apparecchi e quindi delle fonti”. A questo si aggiunge, sottolinea Corazza, “la strategia che attuiamo coi Paesi membri per contrastare la guerra di informazione”.

In questo senso, il direttore conclude esprimendo timori per il giornalismo italiano, in cui intravede casi di “mancanza di professionalità, indipendenza e rigore”, a partire “dai dibattiti televisivi”.

PECORARIO (EUROPARLAMENTO): SUI SOCIAL PER AVVICINARE GIOVANI 

“Perché le istituzioni europee devono stare sui social? Per avvicinare i cittadini, soprattutto i giovani, e fare corretta informazione sul lavoro dell’Ue, di cui si sente spesso parlare senza poi sapere davvero cos’è e di cosa si occupa”.

Ne parla Lucia Pecorario, community manager e responsabile della rete Together.eu in Italia, incontrando i partecipanti alla prima giornata del Corso del Parlamento europeo per giovani giornalisti. L’iniziativa si tiene da oggi nella redazione bolognese dell’agenzia di stampa Dire ed è organizzata in collaborazione con il service TotalEu.

Le istituzioni europee, spiega Pecorario, stanno sui social “per raggiungere quella fetta di opinione pubblica che non usa i mezzi tradizionali di informazione, come i giovani, che in alcuni Paesi Ue votano per le elezioni europee già a partire dai 16 anni. Quindi, la comunicazione viene fatta in tutte le lingue ufficiali degli Stati membri, su 18 diverse piattaforme social, per informare sulle attività del Parlamento europeo”.

Un’attività che, ricorda l’esperta, è cominciata a partire dalla Brexit, quando lo scandalo di Cambridge Analytica nel 2018 rivelò che i dati di milioni di utenti di Facebook erano stati illecitamente usati per fare propaganda politica. Ma, come avverte Pecorario, è nel 2022 che “le minacce” alla salute dei media digitali e dell’informazione “si intensificano”, dando inizio a quella che viene definita “guerra ibrida”. In quell’anno, Eurobarometro “rivelava che circa il 10% dei giovani sosteneva di incontrare notizie false più di una volta a settimana, il 20 spesso e il 36% qualche volta”, mentre nel 2025 emerge che “più di uno su due conferma di cercare notizie di natura politica e sociale sui social, una percentuale che schizza tra gli under 30”. Si tratta del 77% dei giovani italiani, in particolare su Instagram, contro il 64% della media europea.

Nel 2024, anno delle elezioni europee, si è deciso così di ampliare la presenza sui social: dopo X, Facebook, Instagram e Telegram sono stati aperti dei profili anche su Threads e TikTok. Su Youtube, sottolinea Pecorario, “vanno in diretta dibattiti e interventi con politici ed esperti”. La responsabile di Together.eu illustra quindi la strategia social per fare un’informazione istituzionale equilibrata e corretta: “Lavoriamo molto coi content creator. Individuiamo i profili più sensibili a certi temi ma- chiarisce- non paghiamo nessuno, affinché il messaggio sia sincero, spontaneo e credibile”. Si organizzano poi, riferisce Pecorario, “campagne di comunicazione su valori che sono priorità legislative”. Ai contenuti informativi, si affiancano quelli emozionali come “il racconto di eventi e campagne. Diamo spazio anche ai contenuti generati dagli utenti tramite i tag”.

Infine, c’è la community insieme-per.Eu (together.eu, in lingua inglese). Un sito, spiega la responsabile, “creato per le legislative del 2019 a cui ci si può iscrivere per ottenere aggiornamenti via e-mail sulle iniziative del Parlamento europeo ed attività dedicate agli iscritti”. L’obiettivo, conclude Pecorario, è creare “una rete di cittadini attivi e informati affinché diventino piccoli ambasciatori del lavoro dell’Ue sul proprio territorio”. Per il 2026, anticipa la responsabile, un progetto in cantiere riguarda “la pubblicazione di un podcast a fine plenaria del parlamento europeo, per illustrare cosa è stato votato e gli sviluppi successivi”.

DIFESA. ANDREATTA (UNIBO): SUBITO TRATTATO AD HOC, COME PER MES

Il mondo attuale è cambiato e l’Ue non ha più la garanzia dell’ombrello statunitense per la propria sicurezza; il nodo si può sciogliere “creando un nostro meccanismo di difesa con un trattato ad hoc, che crei uno strumento analogo al Mes, che superi il problema del diritto di veto e della mancaza di fondi”.

Questa la ricetta che Filippo Andreatta, professore di Scienza politica dell’Università di Bologna, illustra ai giornalisti e content creator che stanno partecipando al Corso del Parlamento europeo presso gli spazi dell’agenzia Dire di Bologna, in collaborazione col il service TotalEu.

Il docente tiene a evidenziare che, nella nostra epoca, “al bipolarismo si è imposto il multipolarismo, alla divisione canonica in democrazie e regimi autoritari si sono aggiunti sistemi più variegati come le ‘anocrazie’ o le ‘democrature’, e si assiste a una frammentazione della globalizzazione”. E allora: “i conflitti regionali sono più probabili e la volontà di commerciare con tutti è limitata dal timore di rafforzare e/o diventare troppo dipendenti da questo o quel Paese”.

Poste queste premesse, ci si interroga sulle conseguenze per l’Ue. “Primo- argomenta Andreatta- ogni azione che l’Ue compie diventa molto più importante, poiché non ci sono più automatismi a cui affidarsi”. Inoltre, “con l’era Trump si fa più evidente una tendenza che risale già alle ere Biden e Obama – anche se in modi diversi: l’ombrello americano non può essere più dato per scontato. L’Europa viene considerata antipatica, se non addirittura un avversario, ed è ritenuta meno importante dell’area del Pacifico”. Da qui, secondo Andreatta, nell’Ue si è fatta strada la consapevolezza della necessità di “armarsi”.

Ma l’Unione della difesa non è una strada facile. “Bisogna prima di tutto convincere l’opinione pubblica che sia opportuno investire nella propria sicurezza”, sottolinea il professore. E pesa il diritto di veto, che blocca tante iniziative: “Non tutti i membri Ue, come l’Ungheria, ritengono la Russia una minaccia. Ma la politica estera non ha il lusso del tempo, bisogna agire con tempismo e dunque snellire i meccanismi decisionali”.

Secondo Andreatta, l’unica strada per uscire dall’impasse sarebbe quella di “adottare un trattato ad hoc, come quando si varò il Patto di stabilità per superare la crisi dell’euro, nel 2010”. Il professore conclude: “Serve dunque un meccanismo europeo di difesa che, come il Mes, metta in campo le risorse necessarie”.

A questo meccanismo è importante per il docente che partecipino anche Paesi extra Ue del continente, come “Regno Unito, Norvegia, Svizzera e soprattutto, in prospettiva, l’Ucraina, che finora non ha possibilità di entrare nella Nato”, almeno fintanto che gli Stati Uniti di Donald Trump si oppongono.

GIORNALISMO, PEDULLA’ (M5S): “LAVORO A RISCHIO IN ITALIA E UE”

 “Querele temerarie, precariato, sfruttamento e calo della pubblicità – su cui si regge l’editoria -, con buchi finanziari spaventosi che poi generano tagli”, sono oggi le principali sfide “al giornalismo, italiano ed europeo, che è un settore lavorativo davvero difficile, soprattutto per i giovani”.

Ne parla Gaetano Pedullà, europarlamentare del Movimento 5 Stelle (M5S), iscritto al gruppo della Sinistra al Parlamento europeo. La sua riflessione è sviluppata in occasione del Corso del Parlamento europeo per giovani giornalisti, ospitato presso la redazione bolognese dell’agenzia di stampa Dire e organizzato in collaborazione con il service TotalEu.

Pedullà, giornalista e fondatore del quotidiano La Notizia, che poi ha lasciato dopo l’elezione al Parlamento europeo “per evitare conflitti d’interesse”, si preoccupa della salute del giornalismo, anche a causa degli attacchi ibridi. “I social media così come l’intelligenza artificiale impongono sfide nuove”, sottolinea , a partire dal fatto che “non abbiamo piattaforme europee”. Secondo il deputato, i social “orientano l’opinione pubblica, spingendo un certo messaggio o diffondendo fake news” e su questo entra in gioco anche l’intelligenza artificiale, “che produce contenuti falsi”.

Dal 6 ottobre scorso, ricorda Pedullà, “Meta non consente più di sponsorizzare contenuti di tipo politico”. Ma non basta: “Pensiamo all’Ia che fornisce risposte sui motori di ricerca aggregando informazioni dai siti di informazione”, che quindi vengono bypassati, col risultato di “far crollare il traffico sul sito web della testata e quindi quello pubblicitario, rendendo impossibile la sostenibilità della testata per gli editori”. Un tema su cui la Commissione “si è già attivata”. Ma anche le istituzioni europee devono essere credibili, e “purtroppo le fake news partono anche da qui”, dice Pedullà, che ricorda la falsa notizia “dell’attentato all’aereo su cui viaggiava la presidente Ursula Von der Leyen oppure i droni caduti in Polonia e attribuiti alla Russia”.

Importante, secondo il deputato, anche “mettere da parte la censura”, come quella esercitata sui siti di informazione russi. Un’informazione sana, continua Pedullà, è un’informazione “libera e variegata, come dimostra la vicenda mediorientale: penso a Israele, che ha impedito ai giornalisti occidentali di entrare nella Striscia di Gaza per documentare quanto accaduto dopo il 7 ottobre 2023, anzi, i giornalisti sono diventati un vero e proprio bersaglio”.

Credibilità chiamerebbe in causa anche le politiche europee. “Nell’Ue- avverte il deputato- c’è un orientamento generale a lottare per i fondi per il riarmo e per i fondi all’Ucraina, sottraendo così risorse a settori strategici come la Pac, la Politica agricola comune, per anni prima voce di spesa, che ora subisce tagli a favore della sicurezza”, e crea problemi in termini di “inquinamento ambientale” o politiche di contrasto “al carovita e alla povertà”. Ai pacchetti di sanzioni, inoltre, si dovrebbe optare smettendo di “trattare la Russia da nemica e ponendo fine alla guerra, come ci chiedono i cittadini europei”. Sottolinea il deputato: “Se per finirla servono aree cuscinetto tra la Russia e i Paesi Nato, facciamolo, e non avremo piu bisogno di difenderci”, risparmiando “in spesa militare”.

Pedullà si dice quindi convinto che “anche l’Europa manipola l’informazione”. Sul tema della salute dell’informazione, il parlamentare conclude con una buona notizia: “Abbiamo tutto il know-how, le competenze e le risorse necessarie per avere investimenti e infrastrutture per migliorare e risanare” il settore, mentre al tempo stesso “abbiamo disperato bisogno di giornalisti bravi, indipendenti e coraggiosi”.
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